La musica secondo Schopenhauer e Scruton

Roberta Gennuso
18th February 2022

Può la musica essere rappresentativa?

Alla domanda se la musica è o no rappresentativa molti filosofi hanno provato a dare una risposta, tra questi Artur Schopenhauer e Roger Scruton. Grazie alle loro idee, possiamo avere una visione più completa della musica e del suo misterioso significato.


In questo articolo affiancherò inizialmente le idee dei filosofi sopracitati, per poi giustapporre la mia idea che, allo stesso tempo, è un po’ antitesi e un po’ sintesi di questo scritto.

Vedremo così la natura della musica: i suoi componenti essenziali come il basso e la melodia, se può rappresentare e imitare qualcosa, come può rapportarsi con il testo e infine come tutto questo si riversa sulla contemporaneità.




Schopenhauer e Scruton su "la migliore forma d'arte"

Le analogie riguardo la musica tra il pensiero di Schopenhauer e Scruton sono davvero numerose. Per prima cosa la musica, secondo entrambi, si differenzia dalle altre arti perché è quella che, anziché esibire delle idee o delle rappresentazioni (ovvero i gradi della volontà, secondo Schopenhauer), si occupa di esprimere qualcosa di ancora più profondo catturando i significati interiori e insiti della vita, sorvolando e ignorando tutto il mondo fenomenico. Per questo motivo la musica non ha neanche bisogno di un mondo per esserci.


Se potessi oggi porre una domanda a Schopenhauer sarebbe la seguente: se la musica è l’arte del suono, il quale per esistere percorre un percorso ben preciso, dall’oggetto vibrante che lo genera fino alle orecchie di chi ascolta utilizzando come mezzo l’aria, come potrebbe esistere la musica senza aria, corpo vibrante, per non dire senza qualcuno che la percepisca? Qui ci si potrebbe addentrare in un discorso deliziosamente empiristico perché di fatto la musica è un’esperienza per tutti noi, astratta ma pur sempre un’esperienza.

Tuttavia, questa sua sentenza deriva da un confronto con le altre arti e quindi potrebbe non essere sottoposta a questo tipo di cinismo.


Scruton si mostra d'accordo con questa affermazione:



un brano musicale può essere capito senza saper nulla di un eventuale contenuto rappresentativo: questo non è essenziale.


Nel secondo volume “Il mondo come volontà e rappresentazione”, nel capito sulla metafisica della musica, Schopenhauer spiega come la musica esibisca direttamente la volontà stessa, agendo direttamente sulla natura più intima dell’uomo e scatenando un impatto molto potente. 


Una ragione per rafforzare l’idea che la musica non sia un’arte rappresentativa ce la fornisce Scruton nel capitolo “Rappresentazione” del libro "Estetica della musica". In questo capitolo afferma che la musica ci fa sperimentare l’astrazione, ben diversa della corrente artistica dell’espressionismo astratto in cui, come il filosofo specifica, ciò che conta è cogliere l’espressione.




La musica non copia, può solo imitare

La filosofia riguarda sempre l’uso delle parole come vesti delle idee e ancora una volta troviamo un forte legame tra le parole (e di conseguenza le idee) dei due filosofi: Schopenhauer scrive come la musica non sia la copia di qualcosa di originale e allo stesso tempo Scruton parla di mimēsis (imitazione). In questo caso, l’ultimo termine completa il primo in quanto più ampio, sfaccettato, e verificato in diversi contesti: la musica può imitare il fischio di un uccello, una tempesta (qualcuno ha detto "quattro stagioni di Vivaldi"?), oppure come scrive Scruton riguardo il caso della colonna gotica con l’imitazione delle foglie sul suo capitello, queste non verranno viste come foglie ma come imitazione che la pietra fa della foglia.




La profonda natura della musica

Sulle voci della musica Schopenhauer trova un significato originale: il basso, la voce più grave, trova i gradi più profondi dell’oggettivazione della volontà, la natura inorganica, invece le note più acute possono essere considerate come il risultato del terremoto che avviene in profondità (ovvero dalla volontà) e rappresenta tutto ciò che sta in superficie come il mondo vegetale ed animale.


Inoltre, il filosofo tra la musica e la natura dell’uomo trova un parallelismo davvero impressionante: così come l’uomo si sforza per raggiungere una soddisfazione, si sforzerà poi ancora per arrivare ad un’altra soddisfazione e così via, questo vale esattamente anche per la musica che a un certo punto trova la sua morte.


Quindi secondo il filosofo la melodia segue un percorso tutto suo, raggiunge determinati punti di massima tensione, per poi tornare a quella che è la “nota fondamentale”.


Il momento infatti più alto nella musica è quello che sta tra la tensione e la distensione.

Celebre la frase di Mozart:



“la musica non è nelle note, la musica è tra le note”


Nel caso della mancanza di una tonalità come appunto nella musica atonale, entra il parere di Scruton (Schopenhauer, purtroppo o per fortuna, non ha potuto conoscerla) per il quale è un tipo di musica fallita a causa dell'assenza di un ordine metaforico, anche per questo motivo non trovò un vero pubblico:



no metafora = no musical experience.




Il rapporto tra musica e testo

Per quanto riguardo il testo i due filosofi si trovano all’unisono.

Poiché la musica non esprime mai il fenomeno ma solo la sua intima natura, la volontà di per sé (il metafisico) non dovrebbe mai essere subordinata al testo, sarebbe una totale assurdità. Se la musica cerca di plasmarsi a seconda di altri contenuti o eventi sta cercando di parlare una lingua non propria. In questo, secondo Schopenhauer, il migliore è stato Rossini, tenendosi alla larga da questo errore.


Per rafforzare questo principio, il filosofo fa un paragone piuttosto rappresentativo: il “da capo” in un’opera letteraria sarebbe intollerabile, invece nella musica è appropriato e vantaggioso perché, per comprenderla pienamente, dobbiamo ascoltarla due volte. Nell’Opera però non sono le parole che si adattano alla musica, come il filosofo vorrebbe, ma è la musica che viene scritta sul libretto, tuttavia essa mostra sempre la sua capacità di esprimere i significati più profondi delle parole diventando l’anima delle dramma e dell’azione in scena. Fin qui pare che Schopenhauer sia a favore dell’opera, invece questa citazione ci farà assaporare il suo spigoloso pensiero a riguardo:



“così il significato profondo e serio della nostra esistenza incombe sulla farsa e sulle infinite miserie della vita umana, e non la abbandona nemmeno per un momento”.




Meglio se è rappresentativa

Ai filosofi, con le loro originalissime idee, piace pensare in modo più unico e profondo, a volte talmente tanto profondo che perde la sua dimostrabilità. Ad ammetterlo è lo Schopenhauer stesso:



"La volontà di andare oltre porta ad affermazioni non del tutto verificabili"

Tuttavia, devo dire che è assolutamente meraviglioso pensare in questo modo e vedere la musica, soprattutto per noi musicisti, nel modo più profondo. Ma è anche vero che noi interpreti andiamo a cercare nella musica qualcosa di più profondo, a livello rappresentativo ma anche a livello non rappresentativo: la musica di per sé, la frase, la tensione e al direzione di questa. Sotto questo punto di vista sono d’accordissimo con Schopenhauer sul discorso della melodia che compie il suo viaggio fino ad arrivare ad un certo punto: quello di cui avevamo bisogno, la tonica. Quindi, per interpretarla meglio, si tratta di una vera e propria analisi della musica. 


Inoltre, ci può essere un contenuto extra-musicale che, se lo si aggiunge, può solo arricchire l’interpretazione e, per questo vantaggio, non lo escluderei affatto. Abbraccerei totalmente l’idea dei puristi, ma sono abbastanza sicura che l’arricchimento della musica porta all’ampliamento del pubblico, la si rende più accessibile, più comprensibile e quindi più godibile. Nei nostri giorni abbiamo un estremo bisogno di questo. Quello che suggerisco, e che ho già provato personalmente, è raccontare delle storie sul pezzo, dire anche poco se le informazioni che noi stessi abbiamo sono tali, ma cercare sempre di dare una chiave di lettura per accompagnare il pubblico in un viaggio che altrimenti non potrebbe intraprendere.


Credo che a parte dei brevi momenti di distensione della musica, di magnifica magia, il pubblico necessita un filo conduttore, una ragione per avere un’esperienza anziché distrarsi e pensare semplicemente ai fatti propri. Chi non conosce già il brano è difficile seguirlo o goderne a pieno. 

Quindi, se la musica è rappresentativa è meglio.




Conclusione

Devo dire che, essendomi approcciata direttamente ai testi dei filosofi, ho trovato tra musicisti e filosofi un fondo comune: il piacere di creare qualcosa di misterioso, il mistero di per sé e giocare con questo. 


Noi diciamo che la musica ha un significato che va oltre ma non lo sappiamo realmente, ci piace pensare così perché nella musica troviamo il significato più profondo della nostra anima, della nostra esistenza (la volontà per Schopenhauer). Appunto perché non ha un significato che può essere tradotto in parole a noi piace "to stand for this", dentro la musica si possono trovare tantissimi cose: l’origine delle cose di per sé e i vari derivati.


Quello che si prova ascoltando musica, nonostante sia diverso per ogni persona, alla fine sarà la stessa cosa: la stessa profonda cosa. Ognuno ad un determinato passaggio musicale può attribuire diversi significati, diversi significati a livello sia emozionale che più superficiale, anche una storia di per sé. 


Si, la musica è sconfinata: ogni parola sarebbe riduttiva, questa è la sua bellezza, questo è il suo mistero. Di noi artisti è il compito di non trasformare questo mistero in un muro e renderlo fruibile a tutti.


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